Orari di apertura
Mercoledì – Domenica, 11:00 – 18:00

Tide of Returns [Onde di Ritorni]

28 Marzo – 11 Ottobre 2026

Film stills from “Tide of Returns”, Groote Eylandt, 2025. Photo: Britten Syd Andrews
A CURA DI

Khadija von Zinnenburg Carroll

TBA21–Academy inaugura la stagione espositiva 2026 a Ocean Space con la mostra Tide of Returns [Onde di Ritorni], in programma dal 28 marzo all’11 ottobre e articolata sulla ricerca artistica di Repatriates Collective, gruppo composto da artiste/i provenienti dal Pacifico del Nord dell’Australia, dall’Africa Meridionale e Occidentale, dall’Europa e dall’America Latina.

 

La mostra è il frutto dei tanti piccoli rituali che costituiscono la saggezza ecologica e la cura delle/gli artiste/i. Entrando in dialogo con le cosmovisioni indigene e con il potere modellante dell’acqua, le opere esposte esplorano la possibilità di superare certe forme di violenza culturale, sociale e ambientale.

 

Le storie narrate prendono forma dal linguaggio della terra, dell’oceano e dei corpi che le raccontano. Come esperimenti di relazioni possibili tra gli esseri umani e l’oceano, le opere in mostra rievocano storie di famiglie, di pratiche e di antenate/i. Usando materiali trasportati a riva dall’acqua, dalle reti alle conchiglie, queste/i artiste/i mostrano nuovi modi di vivere e lavorare dopo la devastazione prodotta dal dominio coloniale e dalle economie estrattive. 

 

Tide of Returns è una polifonia di voci artistiche che hanno risposto collettivamente ai rimpatri provenienti dai centri degli imperi nel Regno Unito e in Germania, e li hanno accompagnati nei luoghi dell’Africa, del Pacifico e del Sud America da cui quegli imperi avevano estratto la loro arte. 

 

Le comunità indigene in Australia, in Namibia e in molti altri luoghi del mondo continuano a reclamare la restituzione dei propri beni culturali. Nel maggio del 2022, dopo anni di battaglie delle comunità indigene in Namibia, il Museo Etnologico di Berlino ha restituito ventitré oggetti. In gran parte saccheggiati durante l’epoca della colonizzazione tedesca (1884–1919), i beni restituiti sono stati selezionati dalle/gli esperte/i namibiane/i per la loro importanza estetica, culturale e storica. Più o meno nello stesso periodo, in Australia i Warnindilyakwa hanno identificato una vasta collezione di Dadikwakwa-kwa – in inglese tradotto comunemente shell dolls (bambole conchiglia) – posseduta dal Manchester Museum. Nel settembre 2023, in seguito agli appelli della comunità indigena, il Manchester Museum ha restituito ai Warnindilyakwa 174 beni appartenenti al proprio patrimonio culturale.

From My Mother’s Country

Repatriates Collective, “From My Mother’s Country”, 2026. Vista della mostra “Tide of Returns” [Onde di Ritorni], Ocean Space, Venezia. Commissionata e prodotta da TBA21–Academy. Foto: Jacopo Salvi

Questa sabbia è l’incarnazione delle nostre madri.

 

Nella prima navata, il Repatriates Collective accoglie il pubblico in un’installazione immersiva che combina vari elementi: sabbia, migliaia di figure realizzate in conchiglia e tessuto, video e suono.

 

L’installazione, che a prima vista appare come una vasta duna di sabbia proveniente in parte dal paese di Noeleen Lalara (centro artistico Anindilyakwa), nel Golfo di Carpentaria, dove terra e acqua si incontrano ai margini di un mondo in continuo mutamento. Qui la marea porta con sé i rifiuti dell’industria globale: grovigli di reti gettate via dai pescherecci e trasportate lungo la riva. Un tempo strumenti di sussistenza, oggi queste reti fantasma minacciano la vita di tartarughe, uccelli e pesci, lasciando dietro di sé una scia di distruzione che soffoca la costa.

 

Donne come Lalara, custodi delle dune di sabbia delle loro madri, affacciate sulla vasta distesa del Pacifico, ci mostrano la resilienza della comunità e i modi in cui si coltivano le risorse che la sostengono.

 

Tra le opere selezionate per il rimpatrio dalle istituzioni culturali europee non figurano soltanto pezzi celebri come i Bronzi del Benin, i marmi o i dipinti a olio, ma anche delle piccole bambole artigianali, che non sono semplici sculture ma ricettacoli sacri di fertilità, restituiti ai Warnindilyakwa in Australia e alla città di Windhoek, in Namibia. 

 

Il film, parte dell’installazione e dal titolo omonimo, si apre con le donne che scavano alla ricerca dei materiali per prepararsi a riabbigliare le Dadikwakwa-kwa (bambole conchiglia). Le creatrici sono profondamente concentrate sul processo, di cui il film offre un’intima testimonianza. Non stanno recitando per l’obiettivo, sono assorte nel lavoro di decorazione delle conchiglie come parte di un insieme più ampio di esperienze sociali. Vestono le bambole di tessuti namibiani, le preparano per mandarle qui a Venezia a conoscervi. Prima di partire per il viaggio, le Dadikwakwa-kwa ricevono le benedizioni delle anziane.

 

Nello spazio e nel film, il paesaggio sonoro – insieme alle topografie delle dune – evoca la credenza aborigena che il suono trasporti la saggezza attraverso l’acqua. I totem, i clan e le vie dei canti sono impressi nel paesaggio, mentre migliaia di bambole trasformano la duna in un coro di messaggere ancestrali. Insieme le Dadikwakwa-kwa uniscono le comunità attraverso i continenti, riaffermando la resistenza e i saperi indigeni. Ogni bambola in questa mostra ha un nome proprio ed è un autoritratto della sua creatrice.

Weaving Connections

Verena Melgarejo Weinandt, “Weaving Connections”, 2026. Vista della mostra “Tide of Returns” [Onde di Ritorni], Ocean Space, Venezia. Commissionata e prodotta da TBA21–Academy. Foto: Jacopo Salvi

Weaving Connections è parte di un lungo percorso dell’artista nello sviluppo di una serie di ricerche e film performativi che esplorano il modo in cui l’immaginario culturale in Germania ha rappresentato e interpretato le popolazioni indigene nei media e nella cultura di massa.

 

Con uno sguardo critico rivolto alla formazione storica di stereotipi e fantasie sui popoli indigeni fin dall’epoca del colonialismo tedesco, e al modo in cui tali fantasie e stereotipi si legarono fortemente alla costruzione di un’identità tedesca e una cultura nazionale, questo corpus di opere affronta le forme di violenza che ne derivano. Le identità inventate entrano in gioco quando i musei e le istituzioni attingono dai legami storici ed emotivi per avvicinare il pubblico tedesco a ciò che espongono e conservano, rifiutandosi al contempo di abbandonare le ideologie che impediscono loro di restituire ciò che non gli appartiene.

 

Weaving Connections esprime la necessità di un fondamentale cambio di prospettiva, non solo sulle forme di violenza ma anche su come le agiamo e le riproduciamo quando ci estraniamo da altri modi di essere. Le istituzioni continuano a replicare separazioni, dicotomie e categorizzazioni che operano una frattura tra noi e il mondo più-che-umano. L’artista segue invece il movimento di trasformazione dell’acqua, creando un ciclo continuo in cui le acque non si separano mai veramente ma esistono in uno stato di connessione perpetua.

 

I tessuti delle tonalità del blu attraversati da trecce nere richiamano le ciocche di capelli ma anche lo scorrere dell’acqua. Le trecce sono un elemento ricorrente nella traiettoria dell’artista, che le consente di esplorare i modi in cui nascono le identità individuali e collettive. Il lavaggio delle trecce riflette la capacità dell’acqua di forgiare relazioni tra tutti gli esseri viventi, nonché il suo potere spirituale di trasformare, purificare e ricreare. Il gesto collettivo di preparare, intrecciare e lavare le trecce prima di incorporarle nei tessuti ci ricorda la cura e la presenza che questo atto di trasformazione richiede. Il video a tre canali racconta tre momenti performativi attraverso le immagini, creando un flusso costante di relazioni visive mutevoli.

 

L’opera è fondamentalmente un gesto, un movimento. Esprime infinite variazioni di intrecci che si muovono in formazioni diverse nello spazio, ricordandoci che non c’è mai un unico modo di mostrare e raccontare una storia di cambiamento e trasformazione, né un’unica prospettiva da cui osservare. La non linearità di questo lavoro mette in discussione la nostra definizione di tempo all’interno della rete di connessioni in cui esistiamo, superando la concezione lineare di un passato, un presente e un futuro distinti.

BIOGRAFIE

Repatriates Collective è un progetto di ricerca artistica e collaborativa che indaga cosa accade quando ai musei europei viene chiesto di restituire le loro collezioni alle comunità che hanno legami culturali e storici con quelle opere d’arte. Il rimpatrio di beni culturali spesso coinvolge fattori politici, storici, legali ed emotivi complessi. Il collettivo risponde a diversi casi internazionali contemporanei, tra cui Austria-Messico, Regno Unito-Australia, Svizzera-Nigeria, Francia-Benin e Germania-Namibia, utilizzando metodi di ricerca diversi per approfondire il ruolo delle artiste e degli artisti in questi processi in corso. Per la mostra Tide of Returns presso Ocean Space, le/i partecipanti principali includono Khadija von Zinnenburg Carroll, Verena Melgarejo Weinandt, Laimi Kokololo, Noeleen Lalara, Samson Ogiamien, Kasimir Burgess, Britten Andrews, Rebekah Wilson, Christopher Williams-Wynn, Wietske Maas, Georg Oberlechner, Nick Prokesch, Miae Son, Alfredo Ledesma Quintana, Marisel Orellana Bongola, Auro Orso, Pêdra Costa, Klara Neuber, Piju, Konstantin Kormann, Julian Reinisch, Susi Rogenhofer, Manni Montana, Jesse Shipley, Jasmine Coelho, Krisztina Szabados, Wolfgang Knoepfler, Larissa Foerster, Julia Binter, Jessyca Hutchens, Nikisha Wanambi, Sheanah Marawili, Kaysheanne Murrugun, Annabell Amagula, Lusanne Murrugun, Marcia Mamarika, Arabella Wanambi, Elsie Bara, Lily Yantarrnga, Charmaine Kerindun, Meaghan Wanambi, Angela Robyn Williams, Maureen Bara, Maicie Lalara, Bernadette Watt, Lucinda Murrugun, Janelle Mamarika, Noelita Lalara, Shirly Yantarrnga, Stephanie Durilla, Natalie Yantarrnga, Chailene Yantarrnga, Charlene Wanambi, Alice Durilla, Sharna Wurramara, Rebecca Yarntarrnga, Rita Bara, Sue Bara.

 

Verena Melgarejo Weinandt è un’artista, ricercatrice, curatrice e docente tedesco-boliviana. Attualmente fa parte del progetto di ricerca artistica finanziato dall’ERC “Repatriates” presso la Central European University di Vienna e ha precedentemente collaborato con il gruppo di ricerca DFG “Knowledge in the Arts” all’Università delle Arti di Berlino. Attraverso performance, tessuti, fotografia, video e installazioni, affronta strutture coloniali e patriarcali, utilizzando il proprio corpo e la storia (ancestrale) come strumenti di trasformazione collettiva. Il suo progetto di dottorato in corso esplora gli stereotipi sui popoli indigeni nei contesti di lingua tedesca e la loro influenza sulle nostre relazioni con il fittizio, l’immaginario e gli esseri non umani, come modi per (ri)costruire identità sia individuali sia collettive. La sua pratica artistica è stata esposta a livello internazionale in sedi come La Virreina Centre de la Imatge (Barcellona), Manifesta 14 (Pristina), la 16a Bienalsur (Buenos Aires), Bienal Sur (Cúcuta 2019), nGbK Berlin e Wiener Festwochen (Vienna), oltre che in vari festival cinematografici internazionali. Ha inoltre curato mostre presso il Weltmuseum Wien, le Wiener Festwochen e il District School Without Center (Berlino). 

 

Khadija von Zinnenburg Carroll, nata in Australia, è un’artista e regista. È Prof. di Storia e Direttrice del progetto europeo Horizon 2020 REPATRIATES: Artistic Research in Museums and Communities in the Process of Repatriation from Europe, nonché del collettivo di artisti e ricercatori che vi partecipano. Ha conseguito un dottorato in Storia dell’Arte presso l’Harvard University ed è autrice dei libri Art in the Time of Colony; The Importance of Being Anachronistic: Contemporary Aboriginal Art and Museum Reparations; Botanical Drift; Bordered Lives: Immigration Detention Archive; The Contested Crown: Repatriation Politics between Mexico and Europe e del prossimo Voyages of Belongings: Art and Repatriation, basato su questo progetto. Lavorando con tessuti, fotografia, video e installazioni, affronta strutture coloniali e patriarcali, utilizzando il proprio corpo e la propria storia (anche ancestrale) come strumenti di trasformazione collettiva ed esplorando come le relazioni con il fittizio, l’immaginario e gli esseri non umani costituiscano modalità per (ri)costruire identità individuali e collettive. La sua pratica artistica è stata esposta a livello internazionale in sedi quali La Virreina Centre de la Imatge (Barcellona), Manifesta 14 (Pristina), la 16a Bienalsur (Buenos Aires), la Bienal Sur (Cúcuta 2019), nGbK Berlin e Wiener Festwochen (Vienna), oltre che in vari festival cinematografici internazionali. Ha inoltre curato mostre al Weltmuseum Wien, ai Wiener Festwochen e al District School Without Center (Berlino).

Partner di “Weaving Connections”, 2026, di Verena Melgarejo Weinandt:
Con il supporto di:
Con il patrocinio di:
Sponsor Tecnico dell'opera “From My Mother's Country” di Repatriates Collective